~ alla ricerca di un'anti-Tesi dell'Angelo Crudele ~

    Ever drifting down the stream --
    Lingering in the golden gleam --
    Life, what is it but a dream?






    Toutes les grandes personnes
          ont d'abord été des enfants.





I'm thinking of aurochs and angels,
    the secret of durable pigments,
prophetic sonnets, the refuge of art.





    L'histoire est déjà là, inévitable,
        celle d’un amour aveuglant,
    toujours à venir, jamais oublié.





  Comme la vague irrésolue...
    l'amour physique est sans issue.





  This sad bouquet of forget-me-nots
        is growing scars and dots...





            J'y gagne, dit le renard,
        à cause de la couleur du blé...





          Mais si elle l'aimait,
              elle n'était libre de rien.





Shito no Sekaiya Atelier •       ~ since 11/2003


" omise ha aitemasu, douzo otachiyori kudasai... "

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giovedì, 13 marzo 2008

Gunslinger Girls
(letture sentimentali)

Come due lettori hanno avuto a notare, e persino a lamentare (!), è un periodo di magra, su questi lidi. Per varie ragioni. La migrazione di inizio anno, ad esempio, non ancora del tutto conclusa. E poi una certa, diffusa mancanza di forze. Sono cose che non fanno bene alla voglia di scrittura tanto estemporanea che impegnata.

Era da un po’ che volevo scrivere qui di una serie animata su cui ho recentemente lavorato, che si intitola Gungslinger Girl, tratta dall’omonimo manga di Aida Yu. Ovviamente, non ne ho trovato la forza. Però, mi è capitato di scriverne privatamente, in inglese, a un amico giapponese. Si discuteva dei nostri punti di vista sui contenuti ultimi della narrazione in questione.

Curiosamente, Gretel ha avuto la voglia di tradurre fedelmente lo scritto anglofono di Hansel. Sorpreso dalla bontà del risultato (e consentitemelo, leggermi tradotto mi fa proprio un buffo effetto), ho pensato di pubblicare il frutto delle sue fatiche, correggendolo e integrandolo giusto un pochino per l’occasione.

Ma proprio un pochino. Resta la traduzione in italiano di un testo pensato in inglese per un lettore giapponese, quindi con un certo livello di ‘idioma giapponese’ nella testa di chi ha scritto. Sicuramente a lettori ‘puramente italiani’ lo stile di scrittura parrà molto strano, forse incisivo, come in effetti è il giapponese: sempre molto focalizzato.

In più, il mio interlocutore originale conosceva tutta la serie quanto me, quindi scordatevi cappelli introduttivi sullo stile: “che cos’è Gunslinger Girl”? Se non lo sapete (non è una colpa) e volete intendere le righe che seguono (è una colpa?), potete al limite dare una scorciata alla pagina di Wikipedia sul prodotto in questione. Oppure divertirvi a googlare sul titolo  (selezionando però i risultati, mi raccomando!). In ogni caso, per la comprensione plenaria di molti riferimenti sarebbe necessario avere visto (e avere ben presente) tutta la serie. Mi scuso con gli altri eventuali lettori.

Bon, fine introduzione.

Segue quanto segue.

* * *

 

Gunslinger Girl

 

Come è noto, ho lavorato alla versione italiana, sia in qualità di adattatore testi che di direttore di doppiaggio della serie animata. Ho scelto personalmente i doppiatori, e in più sono stato responsabile della completa direzione di produzione. Si è trattato di un bel po’ di duro lavoro e, come si potrà immaginare, ho sentito una profonda responsabilità di andare 'sempre più in profondità' nell’opera originale, per capirla appieno.

 

Per essere onesto, quando venni in contatto per la prima volta con Gunslinger Girl, pensai semplicemente: “Ok, se GunBuster/Eva erano ‘bishoujo to robotto anime’, questo è un ‘rori to teppou anime’...”. (Le espressioni giapponesi significano rispettivamente ‘anime di belle fanciulle e robot’ e ‘ anime di lolite e pistole’. La prima definizione venne realmente usata dallo stesso regista Anno Hideaki per definire, tra  il serio e l’autoironico, le sue due opere citate. N.d.T.)

 

Pensavo così come per disprezzare l’opera. Ma mi sbagliavo. O anche, avevo ragione. Infatti, sia GunBuster sia Eva *sono* ‘bishoujo to robotto anime’, ma ovviamente sono anche pieni di momenti e idee significativi. Lo stesso per Gunslinger Girl, che è senz’altro un ‘rori to teppou anime’, ma ha altrettanto un più profondo livello di lettura.

 

Chiaramente, il primo punto è: “se si parla di un amore di bambina, quindi di un sentimento d’amore tanto puro e idealistico... vi è alcuna differenza dal condizionamento mentale?”

 

Un ‘kanzen rabu’ (amore perfetto/completo, N.d.T.) può condurre una ragazza pura a fare qualsiasi, QUALSIASI cosa per il suo amato. Questo significa anche che ci si dovrebbe assumere una profonda responsabilità per amare una ragazza.

 

L’amore non è un semplice gioco per godersi una vita compiacente. Quando sono coinvolti profondi sentimenti, un rapporto è sempre serio. Penso che Aida Yu abbia messo un tale significato in Gunlinger Girl, e penso che questo sia davvero importante in questo mondo moderno di ragazze illuse e ragazzi irresponsabili, che pensano di poter semplicemente godere del sesso come si gode una festa, o un pasto...

 

Per quanto riguarda la prima serie di Gunslinger Girl, segue alquanto la prima parte del manga, ma io penso che sia piuttosto migliore. L’anime rielabora il materiale narrativo, dando più approfondimento alla storia di Elsa DeSica & Lauro. Inoltre, le musiche sono perfette e aggiungono grande atmosfera alla storia.

 

Purtroppo, la seconda serie Il Teatrino sembra di livello qualitativo inferiore. Ma non l’ho ancora vista.

 

Addentrandosi nei rapporti tra i personaggi... si vede bene che ogni coppia è in qualche modo bilanciata per rappresentare un particolare 'stato' della ‘mente di bambina innamorata’.

 

Henrietta è il simbolo dell’amore positivo, che ha speranza di essere ricambiato. Henrietta può sembrare semplice, ma non lo è. Dietro il suo semplice sorriso è presente una onesta consapevolezza della propria situazione. Ma lei ha l’amore, così lei può sopravvivere persino a quella. Nulla può turbare una ragazza che è innamorata e ha la speranza di essere amata. Con Henrietta ecco Giosè, che non è un personaggio semplice. Non è il solito ‘buono’. Lui ha ombre oscure in sé, collegate alla morte della sua vera sorella, Enrica (ovviamente Henrietta suona come Enrica-chan [Enrichetta, N.d.T.]).

 

Rico è il simbolo dell’ ‘amore per la vita’. Si può immaginare una vita senza alcuna possibilità di muoversi, o di fare qualsiasi cosa, sin dalla nascita? Rico è felice di avere una vera vita, e prova una grande gratitudine verso Gian, che gliel’ha concessa. Io penso che in realtà lo ami. Per contro, Gian può sembrare spietato nei confronti di Rico, ma questo perché lui deve ancora ‘ritrovare’ i suoi sentimenti amorosi dopo la perdita di sua sorella Enrica. Si noti questo: il maschile di ‘Enrica’ è ‘Enrico’, e penso che il nome ‘Rico’ sia derivato proprio da lì (Rico non esiste realmente come nome italiano). Quindi fondamentalmente sia Giosè che Gian hanno subìto la stessa ferita, la perdita dell’amata sorella. Ma mentre questo ha reso Giosè ipersensibile, portandolo a ricreare un’ideale immagine/avatar di sua sorella (Henrietta), Gian è diventato totalmente freddo, persino ‘distruggendo’ l’immagine di sua sorella (come facendola rivivere in un maschio: Rico). 

Sono piuttosto sicuro che Gian scoprirà presto che ama Rico, solo che ancora non lo sa. Sarà un grande shock per Gian. Questa è la mia coppia preferita.

 

Triela, ovviamente, è la più ‘adulta’ delle ragazze. Lei combacia alla perfezione con Hilscher, perché entrambi sono semplicemente ‘persone incapaci di esprimere i propri sentimenti’. Loro due sono proprio identici. Eventualmente lo scopriranno.

Con questo, il rapporto tra Triela e Hilscher è anche il più ‘normale’ di tutte le ‘coppie di fratelli’, perché è fatto di discomunicazione e fraintendimenti emotivi. Le persone che non riescono conoscere onestamente i propri stessi sentimenti difficilmente possono dialogare  con chi amano, perché non riescono ad ammettere a loro stessi la loro stessa realtà emotiva. Ma proprio in questo Hilscher e Triela possono davvero completarsi a vicenda, imparando l’uno dall’altro la dimensione del proprio affetto.

 

Claes è il simbolo dell’amore di una figlia per il padre. Per di più, un padre morto. Così Claes è il tipo di ragazza che è dovuta crescere in fretta, è diventata fredda e solitaria, e deve vivere per sé stessa solo per ‘onorare’ la memoria del suo mentore.

Un dato significativo che viene espresso da Aida Yu in merito a Claes è la non-ricondizionabilità delle bambine. Con spietatezza Aida Yu ci ricorda che il primo amore è l’unico che possa avere la speranza di potersi dire il solo, ragion per cui resta poi quello che ‘non si scorda mai’. Curiosamente pressoché tutti concordano su questo semplice fatto, ma la sua altrettanto semplice ragione sembra essere dimenticata pressoché da tutti. Ma nonostante i tentativi di rimozione mnemonica, Claes non può dimenticare del tutto il suo pur defunto referente maschile, ed è quindi ‘condannata’ alla solitudine reale di un amore che è anche tipicamente  vedovile.

 

Angelica... che si può dire di lei?

Angelica è piuttosto simile a Henrietta, solo persino più giovane. E in più lei soffre di perdite di memoria. Anche se molto drammatico, lei è il personaggio più ‘strumentale’ del mucchio (infatti nel manga è anche la prima a morire). Penso che Angelica sia strumentale all’idea de ‘il cambiamento di un uomo’ in relazione al suo padrone Marco. Marco viene semplicemente distrutto dal senso di perdita del suo affetto per Angelica, che ha continue perdite di memoria. Come può esistere un affetto senza  memoria? Che senso ha l’affetto dinanzi alla caducità dell’essere umano? Credo che ogni vero innamorato, inconsciamente, desideri di non sopravvivere alla persona che ama, ma di morire prima di quella. Ma ancora, il significato di Angelica è lo stesso di quello di Henrietta: una bambina può essere felice fintanto che ha il suo amore, perché è ancora pura. La ‘prospettiva amorosa’ è ancora sufficiente per lei, ovvero esaurisce tutta la sua ‘prospettiva di vita’, che si risolve nella prima (il che, ovviamente, non potrebbe certo dirsi per una donna adulta), infatti alla fine dell’anime si può vedere Angelica morire con un sorriso di felicità sul viso, perché alla fine ha recuperato il proprio amore da Marco.

Si noti dunque che è proprio Henrietta empatizzare più di tutti con Angelica, come a evidenziare ancor più la loro affinità di status mentale. E si noti anche che è la stessa Henriteta a ‘spiegare’ i sentimenti di angelica a Marco: certe volte una bambina può capirne di sentimenti femminili molto più di un uomo, anche adulto.

 

Devo proprio ammettere che piango sempre quando vedo la scena finale con la morte di Angelica sotto la pioggia di stelle cadenti, e le altre ragazze che cantano l’Inno alla Gioia. Questa scena è molto influenzata da Evangelion. L’ambientazione per le ragazze è IDENTICO a quello della fine dell’episodio 11 di Eva (SeishiShita Yami no Naka de - The Day Tokyo-3 Stood Still). Si può notare che Triela e Asuka recitano un ruolo molto simile parlando della società umana e della luce naturale/artificiale. E in più, anche l’uso dell’Inno alla Gioia (usato anche in Eva per la scena finale di Nagisa Kaworu) può essere un riferimento a Evangelion.

 

Infine, Elsa e Lauro.

Loro sono proprio al perfetto opposto di Henrietta e Giosè. Se Henrietta è il simbolo di un amore corrisposto, Elsa è il simbolo di un amore disperato. Del resto, Lauro è l’opposto di Giosè: se Giosè è un nevrotico che cerca di prendersi la piena responsabilità dei suoi atti, Lauro è una persona sensibile che cerca di evitare quei sentimenti che sa che non potrebbe sostenere. Curiosamente, si direbbe che tra i due quello ‘normale’ sia certamente Lauro. Tuttavia, fino a che Elsa non ha incrociato col suo sguardo il sentimento tra Henrietta e Giosè, un amore speranzoso, poteva illudersi che la sua devozione ‘a senso unico’ per Lauro fosse sufficiente come sua ragion d’essere. Ma specchiandosi nel suo opposto, ovvero Henrietta, Elsa comprende l’insensatezza del suo sentimento, e quindi della sua esistenza. La fine dell’episodio 11 è davvero un capolavoro, con il montaggio ana-logico degli atti Henrietta ed Elsa.

 

Davvero i quattro ‘cardini’ Henrietta-Giosè-Elsa-Lauro tracciano uno schema perfetto per mostrare i sentimenti e le emozioni umane. La scena in cui Elsa dichiara a Lauro quanto importante sia per lei il nome che lui le ha dato (o come lei dice: ‘donato’) è davvero toccante. “Daiji na mono desu! Zettai wasuremasen!” (E’ una cosa preziosa! Non la dimenticherò assolutamente! N.d.T.) Stavo tremando per le profonde emozioni.

 

Elsa ci ricorda che persino una bambina innamorata deve essere ricambiata nel suo amore per avere una possibilità per essere felice. L’amore disperato può dissimularsi in devozione estrema, ma trattandosi di una devozione senza scopo risulta sempre in disperazione. La consacrazione a un ‘dio vivente’ del tutto insensibile all’esistenza stessa del fedele diviene autodistruzione. Ancora una volta, è ben significativo che Henrietta possa comprendere con facilità il sentimento di omicicio-suicidio d’amore di Elsa.

 

Dunque su tutto e su tutti trionfa questa idea dell’amore giovanile, puro, totalizzante, e quindi estremo. La responsabilità dell’amare, la responsabilità dell’essere amati. Questi sono temi che mi sono particolarmente cari, perché io per primo ritengo che la ‘deresponsabilizzazione sentimentale’ sia una delle più grandi piaghe del nostro tempo.

* * *

E qui diciamo che si concludeva il testo originale. Cosa aggiungere a conclusione del tutto?

Beh, direi in primis che è davvero mirabile che un così importante, incisivo significato sia stato infuso in quella che, in fondo, resta comunque una narrativa del tutto ‘leggera’ e ‘commerciale’ (per usare termini a me assai sgraditi, ma giochiamo a capirci, suvvia).

In secundis, quando si parla della responsabilità del sentimento, mi viene sempre da ripensare al fatto che quel bel libro che si intitola Il Principino (per i meno perspicaci: è la traduzione italiana corretta de Le Petit Prince) sembra davvero essere ben compreso in Giappone, mentre qui in Italia -per non dire in tutto l’occidente- la lettura che se ne fa è del tutto buonista, favolistica e a mio parere persino antitetica rispetto al reale contenuto dell’opera. Varranno a scopo esplicativo poche righe di citazione:

 

-Adieu, dit le renard. Voici mon secret. Il est très simple: on ne voit bien qu'avec le coeur. L'essentiel est invisible pour les yeux.

-L'essentiel est invisible pour les yeux, répéta le petit prince, afin de se souvenir.

-C'est le temps que tu a perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.

-C'est le temps que j'ai perdu pour ma rose… fit le petit prince, afin de se souvenir.

-Les hommes on oublié cette vérité, dit le renard. Mais tu ne dois pas l'oublier. Tu deviens responsable pour toujours de ce que tu as apprivoisé. Tu es responsable de ta rose…

-Je suis responsable de ma rose… répéta le petit prince, afin de se souvenir.

Chissà perché in occidente tutti si fermano alla bella prima frase della Volpe. “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.” Sembra proprio una cosa poetica e profonda, vero? Una bella frase da stampare sulle magliette e scrivere sui blog. Ma senza capirne il significato. Sono certo che il 99% degli occidentali che adora questa massima non ne abbia neppure sfiorato

il significato reale. Che tristezza! Il significato profondo, pesante, del tutto, è nella seconda e soprattutto nella terza frase della Volpe. Ciò che si vede bene solo col cuore, non con gli occhi, sono i legami affettivi che si stabiliscono nel tempo dedicato ai riti dell’addomesticamento. E sono legami indissolubili, perché anche se gli uomini hanno dimenticato questa verità, si diviene responsabili per sempre di ciò che si ha addomesticato.

Chissà, forse il Principino poteva capirlo perché era ancora un bambino, cioè era ancora puro, proprio come lo sono Henrietta, o Elsa DeSica. Infatti, alla fine il Principino sceglie la morte, e si suicida per espirare la colpa dell’abbandono della sua Rosa. E’ una lezione molto triste. Ma è davvero molto più triste notare come anche le lezioni migliori risultino del tutto vane, semplicemente perché non vengono intese. Del resto, suppongo che non ci sia peggior stupido di chi non vuol capire.

Chissà se scommettere sempre sulla minoranza dei coraggiosi che se la sentono di rischiare davvero, e comprendere anche ciò che potrebbe metterli in discussione, può dimostrarsi sensato sul lungo termine.

Chissà.

Speculato da Juste aka Shito il 13/03/2008 17:49 | permalink | commenti (4)
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giovedì, 31 gennaio 2008

Under Transition
(work in progress)

Speculato da Juste aka Shito il 31/01/2008 22:15 | permalink | commenti (5)
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venerdì, 21 dicembre 2007

Jingle Bells Again
(merii kurisumasu)

Il Natale per me è paganesimo familiare. L'avevo già scritto due anni fa, in questo post, quando postai anche un regalino dedicato a tutti i fan dello Studio Ghibli e delle sue produzioni animate.

Il Natale è una cosa semplice, una cosa sana, finché non viene speso in un consumismo efferato e fine a sé stesso, che divora -ovviamente- tutto. Non ci dovrebbe essere bisogno di leggere (correttamente) l'Emile di Rousseau, o peggio Fight Club di Palhaniuk, per capire che massimizzando i propri desideri materiali non si agguanta che una briciola, al meglio, di piacere effimero che è felicità fasulla. Senza poi dire del dolore ingenerato dai desideri gonfiati al punto della loro concreta irrealizzabilità. Nossignore, in nessun caso una crassa etica edonistica, sia soddisfatta che frustrata, può essere una saggia scelta eudemonica. Come sempre tra l'edonismo sciatto del contemporaneo qualunquismo brainless (mi verrebbe da dire solo, in francese, "betise") e il mio misurato NeoEdonismo c'è una differenza critica e ponderata, che lascia me sul sentiero eudemonico reale, il DonGiovanni sul crinale della disperazione. Nevvero, Soren? Nevvero, Abelardo?

Allora, ecco a voi due puntini da unire per le vacanze. Uno: tutta questa pappardella pseudofilosofica, e due: l'importante contenuto del film il cui copione rappresenta il cadeau natalizio di quest'anno. Lo potete ritirare QUI (sempre tasto destro e download diretto), sempre dedicato agli amici amanti dello Studio Ghibli, si intende, e a tutti coloro che vogliono avere orecchie aperte per sentire, cervelli accessi per intendere... anche "proprio ciò che è invisibile agli occhi".

Giustiano, dinanzi ai messi giunti da lui per ricondurlo alla vita poltica, disse "Io coltivo i miei cavoli". Candide, davanti a Pangloss e idealmente anche all'angelo Jesrad, sentenziò all'incirca lo stesso.

A suivre... (twilight)

Speculato da Juste aka Shito il 21/12/2007 17:16 | permalink | commenti (10)
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sabato, 17 novembre 2007

Anniversary: 4
(e manutenzione, e un furto, e un paio di schizzi, e una cartolina)

Come l'anno scorso, dopo altri dodici mesi colgo l'occasione per fare un po' di manutenzione in queste pagine. Aggiorno un po' la permaboard a destra, e poi introduco un paio di modifiche al template che credo occorressero da tempo. Innanzitutto, parlando di tempo, quattro anni sono già troppi per una lista di mesi, e così ho reso l'archivio di post (rinominato!) retrattile negli anni. E poi ho applicato la stessa modifica, ovviamente secondo logica tematica, anche alla permaboard. So che sono sciocchezze, ma per un illetterato di HTML come me (significa: cerca una pagina in cui ci sia quel che ti serve, mostra il codice sorgente e destrutturare un linguaggio che non conosci), non è male. Fatemi gongolare cinque minuti. E poi io amo l'ordine, si sa.

Dichiarando questo aggiornamento, poi, oltre che a festeggiare il compleanno della mia psicopalestra riesco anche a fare in modo di rubare un post per questo mese. In verità di cose su e di cui scrivere ne avrei un bel po', che novità, ma suppongo che i tempi non siano ancora del tutto maturi per la semina, ovvero che i semi non siano stati sufficientemente incubati. Devo pazientare. Per ora riporto qui uno dei miei ultimi schizzi di (una parte del) sistema, fatto così, quasi per caso.

  Choice is Knowledge is Damantion.
  No Choice but Faith is Love.
  Thinking or Believing.
      * invert *
  Being or Nothingness.
      * invert *

  Logos or Metis.
  Thanatos or Eros.
  Destrudo or Libido.
  Male or Female.
  No escape anyway.

In effetti sono anche appunti, appunti di cose che devo scrivere da tanto tempo, ma sento ancora non perfettamente elaborate. Non spiego nulla, quindi, lascio a voi cogliere i riferimenti che ci sono sopratutto sopra e sotto a quell'inversione tra asterischi, che in effetti fa proprio da chiasma ottico.

Sulla stessa falsariga, vi lascio anche un'altro appunto, non schizzato come il primo ma comunque nient'affatto esplicato, per chi potesse gradirlo:

"Ogni giudizio umano soggiace a una prospettiva estetica individuale. Tuttavia, se un tale meccanismo radicato nell'Es non è strettamente regolato da un SuperEgo coltivato all'idea morale ed etica, questo conduce l'uomo a una consunzione edonista autodistruttiva. Solo la forma della logica, ovvero la matematica linguistica, trascende il soggettivismo più sciatto del contenuto. Anche se giusto e sbagliato sono giudizi che muovono dall'idea di generalissima piacevolezza e spiacevolezza, ovvero di bello e brutto, tali categorie devono essere criticate logicamente. E così, invertendo il senso speculativo, non si deve mai dire qualcosa essere 'giusto' perché 'bello', ma sempre 'bello' perché giusto. Tale è l'eudemonia del saggio."

Ancora una volta vedo la radice ovvero il succo d'un frutto che vorrei spremere in maniera più efficace, divulgativa, argomentata, soprattutto organica ed esaustiva. Tanto ormai l'ho colto, quindi valga trarne qualcosa di buono, no? Ma come si vede, per paradosso, i tempi sono ancora acerbi. Oppure è tutto un autoinganno della mia indolenza, che si spaccia per finta virtù. Non vorrei, e cerco sempre di sforzarmi di impedire la realtà di un tale assurdo ipotetico. Dunque al momento vi lascio con il template aggiornato, con quei due miseri schizzi, e infine con un bel dipinto che il mio amico Renato ha fatto di casa mia, tanto per dare un'idea di come vanno le cose qui a Iblard, e per addolcirvi con un po' d'arte il gusto acre di del succo di mela non ancora ben stagionato, come quello che ho sparso sopra. Per la migliore fruizione, vi consiglio di accompagnarlo a una buona esecuzione del Canone di Pachelbel, mia colonna sonora ideale dello scatto dipinto. E poi magari leggere un po' dell'ultimo Goethe. Questa è la condizione attuale.

Speculato da Juste aka Shito il 17/11/2007 19:17 | permalink | commenti (13)
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giovedì, 25 ottobre 2007

Critica cinematografica
(e letteraria, e narrativa, comunque umana)

Non capita sovente che io scriva di cinema, e i motivi sono svariati. In primis non mi intendo affatto di cinema, e già basterebbe a spiegare la mia laconicità in merito. In secundis, sono statisticamente pochi i film che apprezzo, e visto il mio disprezzo per coloro che amano avvolgersi nel caldo e rassicurante Manto Del Critico regalando ai loro lettori roboanti stronconi, avrei anche pochi soggetti di cui scriver fuor d'onesto entusiasmo.

Tempo fa, mi capitò di scrivere entusiasticamente de L'amore fatale (originariamente: Enduring Love - il lettore attento noterà che riporto la locandina originale, e per più buone ragioni), pellicola tratta da un omonimo romanzo del narratore contemporaneo inglese  Ian McEwan e girata dal regista inglese Roger Mitchell. Chi volesse conoscere le ragioni del mio entusiasmo d'allora, le troverà qui. Il buon McEwan lo conoscevo già, e proprio per questo lo andai a cercare anche in sala, trovandolo in una splendida veste. Poi comprai anche il libro originale, ma siccome sono un povero debole pigro, non lo lessi mai, tanto per cambiare.

Susseguentemente, mi capitò di vedere, e adorare, un altro film. Ancora tratto da un romanzo inglese (questa volta più classico, ma non 'classico' per quello che un italiano come me dovrebbe avere a intendere), ancora girato da un regista inglese. Trattavasi della recente versione cinematografica di Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, titolo incredibilmente tradotto fedelmente in italiano! Locandina italiana identica all'originale!): pagine di Jane Austen, pellicola di Joe Wright. Non credo di avere mai scritto nulla su questo film, e me ne dolgo, perché davvero l'entusiasmo sarebbe stato (e ancora è) davvero molto. Soprattutto, rimasi (e tuttora rimango) incantato dalla regia. Una ricerca geometrizzante delle inquadrature che davvero potrebbe far pensare a un gusto pittorico rinascimentale, con uso di prospettive classiche pervicacemente ricercate, unito a un'altrettanto maniacale ricerca della perfezione cromatico-scenica, dove l'uso delle tinte forti e il perfetto uso delle luci riecheggiavano piuttosto di memorie fiamminghe. Nel riuscitissimo mix delle influenze, una meraviglia. Anche di armonia, opportunità stilistica: dal dialogo alla lingua e soprattutto alla mise en scene, tutto pareva perfettamente armonizzato col l'estrazione culturale del soggetto originale. Ultima ma non in ultimo, l'attrice protagonista, Keira Knightley, era perfetta per il ruolo e impeccabile nella recitazione. Non la conoscevo, non l'avevo mai vista in alcun film. Mi dissero in seguito fosse molto famosa soprattutto per un certo titolo che ha a che fare con pirati e Caraibi, e quindi la mia ignoranza quadrò.

Sul finire di questa estate, la mia sorellina mi fa notare che è in uscita un nuovo film tratto da un libro di Ian McEwan, e che mio padre aggiunge essere girato da Joe Wright (nelle sue parole "...lo stesso regista di Orgoglio e Pregiudizio..."), sempre con la Knightley protagonista. Il titolo: Espiazione (ovvero Atonement, di nuovo una traduzione corretta, di nuovo una locandina identica), un tema psicologico e culturale a me particolarmente caro e vicino. C'era anche una curiosa sincronia dietro a questo intreccio di firme: quando anni fa lessi il primissimo racconto di MacEwan, quello che apre la sua prima raccolta Primo amore, ultimi riti (First Love, Last Rites), rinvenni una sottile e intelligente citazione austiniana: l'adolescente protagonista, nel risolversi infine a consumare lo stupro della sorellina, diceva di aver sentito distintamente il sangue fluire dal cervello al sesso, o meglio "dal buon senso alla sensualità, letteralmente". Si trattava chiaramente di una citazione semanticamente raffinata dell'altro classico di Jane Austen, ovvero quel Sense and Sensibility da noi noto come Ragione e Sentimento (traduzione meno allitterante dell'originale, e forse non troppo felice anche nel contenuto). Per questa ragione, davvero amai da subito McEwan. Dato che le citazioni metaletterarie sono belle, ma se sono giocate su variazioni semantiche le apprezzo ancora di più, perché meno palesi, più argute, e quindi gustose (vero, Vladimir?), e per questa ragione nella mia mente i nomi di Jane Austen e Ian McEwan erano rimasti legati da un sottile filo neuronale. Che meraviglia, dunque, vedere un nuovo film "del regista e con la protagonista dell'ultimo Orgoglio e Pregiudizio" essere tratto proprio da un romanzo di MacEwan! In summa di tutto, nell'ottima prospettiva di unire molti elementi da me già così tanto apprezzati, mi ero ripromesso di non lasciarmi scappare per nessuno motivo quest'occasione di Espiazione.

Ci sono riuscito molto tardi, diciamo per un pelo. La pellicola aveva aperto l'ultima Mostra del Cinema di Venezia, e io l'ho colta al cinema pressoché un mese dopo, quando tutti già pensavano alla 'Festa' del Cinema di Roma (ah, la semantica 'popolare' e deculturalizzante che solo gli esponenti di una certa area politica sanno usare così bene per imbonire il loro pubblico!). Quindi tardissimo giunge questo mio post, già che se pure qualcuno dovesse convincersi a voler vedere questo film leggendo le mie modeste parole, sarebbe quasi di certo troppo tardi. Ma tantè, questo film è un capolavoro. Sotto ogni punto di vista, dire. E quindi sarebbe assolutamente da vedere. Assolutamente.

Mi provo a spiegarne il perché in maniera schematica e semplice. I punti focali sono:

OTTIMO soggetto. Ian McEwan ci regala un altro grande intreccio, un altra pagina di umanità che focalizza come sempre su punti salientissimi della nosta vita e della nosta natura, vergata a scritte forti e sensuali come lui sa, usa e ama fare.

STREPITOSA regia. Tornano qui tutti i punti di forza e fascino di Orgoglio e Pregiudizio, e il regista Joe Wright, pur confermando il suo gusto certosino per la ricerca dell'inquadratura e della luce, pure ci dimostra che l'uso che ne fa non è una nota unica, ma una melodia che va a intonarsi sensatamente e sensibilmente con il soggetto del caso, da caso a caso. Geometria d'inquadratura c'è, ma ora, a cavallo tra gli anni trenta e quaranta, la ritroviamo proposta secondo prospettive molto meno statiche di quanto non fossero nella più antica ambientazione austiniana. La staticità poi si perde sotto le bombe della Seconda Guerra, e i colori variano sempre a pennello. Ogni scena è perfettamente inquadrata, in tutti i sensi e sensibilità. E ancora tornano i piani sequenza strepitosi, che perdono e ritrovano i personaggi nell'uso di una camera mobile che spazia dai soggetti singoli ai totali, come già accadeva (e stupiva!) nei gran balli pieni di orgogli e pregiudizi. Qui, ancor più, ce n'è uno che per effetto e contenuto e umanità davvero relega il blasonato incipit del Soldato Ryan a quella sciatta e gratuita ostentazione scenica che era. Impeccabile

SORPRENDENTE musica. Senza mai pretendere tutta l'attenzione del pubblico per sé, come mai la musica d'uso dovrebbe pretendere, si permette virtuosismi stilitici e concettuali che meriteranno di essere ricordati. In particolare una vera fusione di effetti sonori e musiche effettive che definire interessante e intelligente (sinonimi?) è poco. Geniale, forse, renderebbe meglio.

NOTEVOLE interpretazione. Per tutti i personaggi, Knightley in testa (e anche lei come il regista dimostra la sua versatilità, incarnandosi nei vari spiriti dei tempi come se i tratti del suo volto, le sue espressioni, non avessero un'epoca propria). Per tutti, grande intensità, ottimo casting, personaggi splendidamente scolpiti. Un epilogo meraviglioso, che forse da solo giustificherebbe la visione del film.

E su questa pellicola, in senso stretto, altro non saprei aggiungere. Ah, sì. Il doppiaggio mi è parso molto buono (ma non ho ancora sentito l'originale). Ma in buona sostanza, visto che alla fine sono riuscito a schizzarne una recensione, vi dico: se l'avete vista, diteci cosa ne pensate. Se non l'avete visto, magari fatelo in qualche modo (anche se davvero la mancanza del grande schermo per questo titolo è rea) e poi diteci cosa ne pensate. Se invece proprio no, amici come prima. Ma ne varrebbe davvero la pena davvero, giurin giuretta.

E ora, per chi l'ha già visto, o per chi si volesse rovinare una prima visione da vergine, o per chi pur non intendendo darsi a visione alcuna fosse comunque interessato al tema, un po' di pensieri sul contenuto del film. Che poi sono quel che realmente conta in un film (come in ogni opera artistica, dico io). Come dicono alla Pixar, in un film tutto parte dal soggetto, tutto è al servizio del soggetto.

Stilisticamente parlando, in molti osannano McEwan per la veridicità, per la grande forza con cui riesce a ritrarre i suoi personaggi e le loro emozioni. Potrei anche concordare (la capacità di ritrarre le emozioni, o meglio l'emozionalità umana, è senza dubbio la grande forza di questo narratore), tuttavia non sono convinto che la letteratura di McEwan punti così tanto sui personaggi.

Ovvero, anche se Ian McEwan è inglese, non lo trovo così volgare.

Perché 'puntare sui personaggi' è sempre volgare, in letteratura, ovvero è 'popolare' (ricordo ai più distratti che la radice semantica di 'volgare' e 'popolare' è sinonimale). Il romanzo che focalizza sui personaggi è essenzialmente la letteratura per donnette che si impone nell'Inghilterra della rivoluzione industriale, quando il libro è a stampa e diviene lettura femminile, leggasi Charles Dickens. Così la fabula, l'intreccio e i loro livelli di lettura simbolici e allegorici si dissolvono sempre più nel 'materiale narrativo del personaggio', che come si sa appasiona ogni brava comare. Se il personaggio era parte funzionale, elemento di una storia con un significato, ora la storia perde il suo significato e si fa funzione del personaggio, dei personaggi. Con questo mio assunto critico io traccio la linea della deprecazione della prosa e della narrativa moderna, poi contemporanea, essa tutta: con questa linea unisco i puntini da Dickens a Manzoni alle telenovelle (la vita dei personaggi!) ai telefilm spazzatura di oggi (tutti rigorosamente incentrati sui personaggi, da sempre e sempre più!) ai reality show, che nel loro ossimoro tentano di rendere personaggi delle persone, quadrando così il cerchio della narrativa come chiacchiera da pettegola condominiale. E' buffo che questa volgarizzazione della cultura, che io fortemente imputo all'Inghilterra (in questo e svariati altri casi), venga fuori in un post in cui sto ripetutamente lodando e apprezzando autori inglesi  Austen, Mitchell, McEwan, Wright), ma l'onestà di questa eccezionale (nel senso originale del termine) contraddizione tradisce solo quella del mio pensiero, ma no, non si dica che McEwan scolpisce vividi personaggi, perché in effetti il punto non è proprio quello. Altri validi narratori (a voi pensarne una lista, io ci metto anche la stessa Austen dentro) ancora riuscivano a farlo rendendo però i loro personaggi in qualche modo archetipali di taluni casi psico-fenotipici dell'umanità, il che è sempre bello e sensato, ma con McEwan il punto non è neppure quello. Io direi piuttosto che il personaggio messo in scena da McEwan è sempre e solo uno: l'umanità stessa (non intesa come 'razza umana' ma come 'natura umana'). I suoi personaggi non sono neppure archetipali, in effetti: vivono di un minimalismo vero e anche umile e al tempo stesso minimalisticamente sontuoso, e proprio per questo ricongiungono le loro piccole emozioni, nel chiudersi del cerchio, col tutto dell'Uomo.

Il nulla e l'infinito si abbracciano, come ad esempio nell'espiazione per una colpa commessa nei confronti di un'insignificante, unica, misera coppia di amanti, consumata pur dinanzi  al dramma di una guerra mondiale.

Un amore negato. E con questo siamo giunti al contenuto ultimo, non stilistico, di questa storia. Il senso di colpa sentito per la dolosa negazione di quell'amore. E non ditemi che è banale, perché per me e per la mia sorellina e anche per un certo Borges, ad esempio, un certo Dante scrisse una sua certa Commedia in primis per sublimare (espiare?) la sua 'colpa' di essersi in qualche modo impedito di vivere il suo amore per una certa fanciullina di nome Beatrice. Mi viene in mente di nuovo l'erotofobia adolescenziale, che a mio dire serpeggia feroce tra le pieghe del concetto stilnovista d'amore, ma tant'è: l'angelo puro è morto, morto, morto. E non c'è più tempo per vivere, o peggio ancora per farle vivere, l'amore. Non c'è più spazio per farlo che l'asincronica dimensione dell'arte.

Potrei parlare dell'evidente fibra metaletteraria presente nell'Espiazione di McEwan. L'idea dello scrivere è palesemente il fil rouge della trama e dell'intreccio, insieme a interessanti riflessioni psicologiche sulla configurazione reciproca di fatti e fattoidi (nel caso, autoindotti) nella mente del fanciullo in formazione. Mentendo a sé stessi si può spacciare ai terzi l'oggettivo (?) falso pur autofigurandosi in piena sincerità, sapete? Mentire a sé stessi è lo strumento dell'autoinganno più genuino, quello che serve come meccanismo di autoprotezione della mente, specie se quest'ultima risulta essere debole e/o vulnerabile su un particolare nervo scoperto. L'amore adolescenziale è del resto così totalizzante che spesso può risultare nella mente del soggetto maggiormente formativo di realtà che non i sensi stessi. E questi semplici pensieri sono tutte riflessioni molto care alla psiche dello scrittore del libro in questione, e anche dello scrivano del post qui presente. A me vengono ora alla mente, da un lato, gli amori veri e disperati ritratti di Lei, l'Arma Finale, che nascono crescono circondati dalla guerra, mentre dall'altro lato ripenso all'amore puramente infantile delle 'checcarine che-poverine' Gunslinger Girl, così totalmente totalizzante. Invito coloro che avessero a portata di mente tutti e tre i vertici narrativi del caso a tentare la triangolazione.

Tuttavia, non vorrei che simili riflessioni pur vere e interessanti ci distaccassero dalla percezione sensibile del dramma umano dell'Espiazione qui in analisi. Un altro  letterato, a noi piuttosto prossimo negli anni, dall'alto della sua squisita cultura aveva a cuore la sensuale veridicità che scuote ogni vero animo d'artista, e sapeva preservarla dai trabocchetti della critica ipertrofica, anche quella più colta, ma sempre ipertrofica. Leggere l'arte significa stabilire un canale empatico con il suo autore, e questo recente autore dopo aver ricordato e empatizzato con gli amori infelici di Dante e di Petrarca, infine ricordando il forse ancor più felice amore suo proprio, alla ricerca forse dell'unica possibile espiazione, che neppure un ricercato senso religioso poteva procacciargli, scriveva: 

"A meno che non possa essere provato a me --a me come sono ora, oggi, con il mio cuore e la mia barba, e la mia putrefazione-- che ad infinito andare non importa un bel nulla che una ragazzina nordamericana di nome Dolores Haze sia stata deprivata della sua infanzia da un maniaco, a meno che questo non possa essere provato (e se può esserlo, allora la vita è una beffa), non vedo altro per la cura della mia sofferenza che la melanconia e l'assai parziale palliativo dell'arte verbale.".

Dunque ciò che ha colpito davvero me, in questo nuovo film sul tema dell'espiazione, è proprio in primo luogo l'estremo valore dato alla responsabilità individuale degli atti umani, anche nella loro grande piccolezza, piccola grandezza umana. Il contrasto di scala è qui fortemente enfatizzato dallo stridere delle due dimensioni personali e globali, ovvero: che valore può avere l'amore frustrato di una singola coppia di amanti, per una donna che è sopravvissuta alla più feroce delle guerre, vedendo la morte tra le corsie?

Di fronte alla colpa e al suo senso e alla sua sensibilità, dunque, cosa ci propone McEwan come possibilità di espiazione?

Ebbene la risposta è proprio la stessa: come diceva quell'altro grande scrittore, l'espiazione, ovvero il suo tentativo, è solo nell'arte articolata.

Del resto, per citare un vecchio poeta che lui citava:

"Il senso morale è nei mortali il balzello
che abbiam da pagare sul mortal senso del bello"

(io ancora penso agli uri e agli angeli, il segreto dei pigmenti durevoli, il rifugio dell'arte).

Speculato da Juste aka Shito il 25/10/2007 18:32 | permalink | commenti (11)
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giovedì, 20 settembre 2007

Magokoro wo...
(...kimiTACHI ni)

Alcune cose cambiano. Altre sembrano restare sempre uguali.
Il tempo esteriore si direbbe scorrere comunque e a senso unico.
Il tempo interiore si prodiga in curiose bizzarrie.

Esseri asincroni calati in un mondo di fenomeni sincroni.
Direi che il problema sta proprio in questo spazio di fase.

Non ho mai veramente scritto di Shinseiki Evangelion, anche se forse aprendo un mio spazio di scrittura, e trattandosi appunto di me, forse sarebbe stata la cosa più banalmente preventivata da un ideale lettore che mi conoscesse.

Lo faccio ora per la prima volta, mentre in patria (la loro) è nei cinema il primo dei quattro previsti lungometraggi di Wevangeliwon, la ricostruzione di Evangelion. Si intitola You are (not) alone. Come al solito, non faccio recensioni, ma prendendo spunto dalla narrativa mi prodigo in riflessioni di ampia gamma. Perdonatemi.

Ma davvero, dedico con tutto il cuore questo articolo a tutti coloro che saranno in grado di intenderlo, ma davvero.

*   *   *

"It's only love..."

( ~refrain~ )

E dunque così, così dunque, siamo ancora tutti in attesa. Di cosa, dite? Della risposta.

Anno Hideaki, forse il più schiettamente intellettuale del gruppo di otaku di prima generazione che si riunirono nella Gainax, è ancora in difetto di una risposta. Almeno nei confronti del suo pubblico.

"Può un bambino riuscire a crescere senza rinunciare all'idealismo infantile?"

ovvero:

"Può Apollo scendere a patti con Dioniso?"

E' banale, ma non è banale. Yamaga Hiroyuki, che la domanda se la pose in maniera mirabile con Honneamise no Tsubasa, ci ha risposto mirabilmente con Abenobashi MahoShoutengai. Nel finale, realizzando le lacrime della bimba amata (e la loro natura), Sasshi rigetta la sua stessa infanzia. Cessa volontariamente di essere un bambino, e uccide quell'idealismo -anche e innanzitutto sentimentale- dentro di sé. Amore infantile, fine. Amore adulto, inizio. Tipo così. "Alla fine, per le persone quel che più conta è restare in forma!".

Okada Toshio, beh, forse fu il primo a rispondere. Con l'abbandono, ovvero con l'eternità del tema tramite la sua metasoggettivazione. Come lo capisco. E così si diede alla sociologia del caso, che verrebbe da chiamarlo Okada-hakase. Chissà se riderebbe. Io dico di sì. Insomma "otakuzoku no kenkyuu" fu la sua risposta, il che significa un escamottage simile a quello di Kierkegaard, che era bravo a parlare dei tre stadi evolutivi della psiche (maschile), ma alla fine lui il secondo l'aveva saltato per nascondersi nel terzo, eternizzando così il primo. C'è un po' di puzza di inganno, no?

E la risposta di Anno? Ah, lui ha già provato a rispondere un sacco di volte. L'ultimo tentativo fu un gran fallimento, e mi riferisco chiaramente a Eva, il deforme ma fulgido frutto di quei famosi 'quattro anni di depressione clinica' che hanno riempito per una decade abbondante le pagine patinate della finta-critica-impegnata-finta-esperta ricca come sempre di banalità.

In effetti la domanda, posta per assurdo, era la famosa Tesi dell'Angelo Crudele. Anno disse esplicitamente: "Può un ragazzo che è cresciuto amando gli anime arrivare a venticinque anni ed amarli ancora?", ma questa non è che la parafrasi della suddetta Tesi. La Tesi dunque sembrerebbe rispondere di no di per sé, ma non si pensi che rappresenti davvero una risposta, no, quello è il punto di partenza, il presupposto teorico del problema in analisi. Quindi ancora:

"Può un bambino riuscire a crescere senza rinunciare all'idealismo infantile?"

ovvero:

"Si può crescere sfuggendo alla Tesi dell'Angelo Crudele?"

ovvero:

"Esiste una anti-Tesi dell'Angelo Crudele?"

Stiamo sempre lì.

Il cammino psicoanalitico di Shinji, che nel Progetto per la Stumentalità dell'Uomo [Progetto per la Complementarità dell’Umanità] (televisivo) sembra pergiungere a una vittoriosa interiorizzazione consapevole della moltitudine discomunicativa (Congratulazioni! -> Vi Ringrazio! -> Amen), nella realtà ha più che fallito. Quel tentativo di risposta si dimostrò, si palesò indi drammaticamente fallimentare. Perché col cavolo che le cose si sono pacificamente appianate, tutto il contrario. Al contrario Anno raccolse incomprensione e odio proprio dei veri riceventi ideali del messaggio stesso, l'incomprensione e l'odio degli otaku stessi, di seconda generazione.

Il primo caso di discomunicazione generazionale interna all'otakuzoku.

Alla Gainax erano tutti otaku sfollati della prima generazione. Parliamo di una generazione di otaku che non avevano un mercato squisitamente dedicatogli, che non avevano neppure un mercato dell'home-video (incominciava allora), ovvero parliamo di un primo otakuzoku che 'studiava' gli oggetti della propria passione tra gli spiragli specialistici del mondo generalista e massimalista. Letteratura di fantascienza. Cinema mondiale, serie televisive animate e live-action, da conservarsi su videocassette registrate amatorialmente. La Blue Water di questa generazione sono delle videocassette con le etichette scritte a mano.

Gli otaku di questa generazione in genere sono stati (per usare la terminologia della teorizzazione di Okada), otaku 'forti'. In un modo o nell'altro sono tutti pergiunti a un modus di sfogo creativo del loro essere. Una doujinshi. Un garage kit full-scratch. Persino un anime amatoriale, se il circolo si chiama Daicon Animation. Ed ecco qui come nacque la Gainax, passano al lato professionale, perché l'alternativa per i membri quella generazione di otakuzoku non era neppure divenire un hikikomori, no, ancora non ce lo si sarebbe potuto (psicologicamente) permettere. Quindi fan turned pro, avete presente? Io ho presente. Ecco come si passa da Daicon a Gainax, la cui epoca si apre proprio con la magnifica domanda di Yamaga sulle Ali di Honneamise. Il sogno del volo è realizzato nel puro ideale giovanile o nello sporco compromesso della vita adulta? Il sesso è l’idealità del sentimento giovanile, sino eventualmente a uno stupro, oppure il vile compromesso di una vita adulta a cui ci si è abbandonati?

L'erotofobia adolescenziale, quella della fase anale e voyeuristica, quando si idealizza la femmina (ma fanno davvero la pipì e la pupù, quelle creature delicate?) al punto di non poter immaginare il suo viso deformato nell'orgasmo, è chiaramente un altro punto chiave dell’analisi.

NON-CI-SI-VUOLE-ABBANDONARE-ALLA-VITA

Tutto questo era perfettamente, amaramente raccolto e consegnato ai posteri in quell'Otaku no Video che alla fine ritraeva gli otaku (di prima generazione) come persone in feroce lotta contro il flusso del tempo, della crescita, della vita stessa. Ma a pensarci, anzi a ripensarci, anche Top wo Nerae! non è che una (conflittuale) lotta contro lo scorrere del tempo; chi resta nello spazio, nella fantascienza e nel sogno resta ragazza, chi vive un vero amore sulla terra invecchia. Chi ha vinto, quando la ragazzina si sente solo deprivata del suo tempo, di un’età non vissuta di amici e cari che l’hanno ‘lasciata indietro’ nella vita? In Top wo Nerae! Una risposta non sembra esserci, insomma, anzi il titolo (e il contenuto) dell’ultimo episodio sembra piuttosto eternizzare la domanda. Lo stesso è con Otaku no Video: i due protagonisti, ormai vecchi e invecchiati, rientrano in una ChojikuuYosai Macross che sembra un residuato di un futuro passato (stile New Nautilus?), ma liberatisi infine degli scafandri si ritrovano giovani, sul ponte di comando ritrovano tutti gli amici di gioventù, e partono in una morte di fantasia decollando proprio nella fatidica data dell'esplosione lunare di Space: 1999, quella che poi sarebbe diventata guarda caso la data del Second Impact. La tragedia diviene così favola ideale del sentimento giovanile, ancora una volta eternizzato nello spazio. Ancora nessuna risposta.

E così, finché vivono, gridano gli otaku: "vita per la vita, no! Noi vogliamo trovare una ragione per vivere!"

Disgraziatamente, la ragione non c'è e la ragione non sembra che puntare all'autoestinzione, ovvero la morte stessa.

Dunque, non resta che accettare che 'tutto scorre con la corrente'?

Come diceva Yui?

E' esattamente quello che Gendou non riuscì a fare, e poi sappiamo che fine fece, sbranato (letteralmente) dalla moglie (gwo!).

Proprio così, avete capito bene. Siamo arrivati al finale cinematografico di Eva. Una nuova discomunicazione, anzi l'apoteosi della discomunicazione. La componente di sfregio verso l’otakuzoku stesso (che, si badi, è solo una componente) presente in quel finale ne è a sua volta fortemente simbolica. Discomunicazione generazionale interna all’otakuzoku, vedete? E del resto, sul telone, la discomunicazione tra Shinji e Asuka (che è una femmina mascolina, per solitudine infantile, come dimostra la sua stessa erotofobia adolescenziale, da cui pure cerca di fuggire, come la femmina che è) ben rappresenta la discomunicazione di Anno-Shinji e Asuka-pubblico.

E il finale, allora, che ci dice?

"Che schifo."

Celebre è la nascita di quella battuta, spesso riportata in forma aneddotica. Non farò eccezione. Ebbene il copione originale del film per la battuta conclusiva recitava: "Non mi lascerò mai uccidere da uno come te!". Che era già abbastanza pregno, direi, per una che aveva poco prima accettato lo strangolamento con la carezza al carnefice, come fosse la vittima volontaria del cannibale, ma alle lacrime di lui no, allora è repulsa e rifiuto.

Ma Miyamuu proprio non ci riusciva, a tirare fuori la battuta nel modo in cui Anno la sentiva nel suo animo. Pare che in sala di registrazione le abbiano tentate tutte. Miyamuu e la Ogata provarono anche a assumere la vera postura della scena, ma niente, anche a strangolarla per davvero la voce di Asuka non veniva fuori nel tono giusto. Viene in mente l'idea di una masturbazione difficile.

Allora Anno disse, "Miyamura, lascia perdere. Facciamo così. Adesso io ti racconto una situazione in cui tu ti dovrai immaginare, e alla fine pronuncerai le parole che pronunceresti in quella situazione, ok? Allora, immagina: sei nella tua stanza addormentata e nuda, e a un certo punto entra un maniaco. Sei in suo potere, lui potrebbe violentarti a suo piacimento in qualsiasi momento, ma invece si ferma dinanzi a te e si masturba. Tu che dici?"

Lei disse:

"Che schifo."

E lo disse in quel tono, con quel "Kimochi warui..." che tutti abbiamo ascoltato. Il disgusto che supera tutto, che trabocca, sopra alla pietà, sopra all'affezione, sopra anche all'abbandono della morte.

Oh, a pensarci non era quello che capitò in quella sala d'ospedale, quando Shinji si masturbò dinanzi al corpo nudo di Asuka in stato catatonico? Certo lui avrebbe potuto abusarne in ogni modo, certo lei non avrebbe avuto neppure a commentare, come non commentò il seme di lui raccolto nella di lui mano, e si noti e si badi bene, lui non avrebbe potuto sporcarla in alcun modo, indi tutto finisce nella mano.

E così, nel finale, Asuka bagnata invece dalle lacrime di lui dice solo "che schifo", esprimendo l’estrema repulsione femminile (giovanile) per l’inettitudine maschile, una repulsione che non può coesistere con la pietà femminile (materna), e vince persino l’abbandono femminile (di tutte le età). Ovvero cosa abbiamo? Un'innamorata ancora infantile che non può accettare l'erotofobia infantile del suo amante ancora infantile, perché lì è riassunto tutta l’inettitudine dell’otaku che non può riuscire a crescere, che è inutile, come invece Yamaga-Sasshi riuscì a capire e a superare (ma fu magia?).

Direi che è la migliore iconoclastia della discomunicazione psicosessuale, con una crescita (maschile) che rifiuta sé stessa e un'altra (femminile) che, pure se a sua volta soltanto in nuce, non può che schifarla e rifiutarla.

Ecco dunque che Anno era tornato nel baratro con tutti e due i piedi, e tutta la sua conoscenza. Chi ama il teatro dell'assurdo potrebbe sorridere, se tutto non fosse così acremente drammatico. E intanto la figura materna è crocefissa in mille modi, eh! Yui vaga a foggia di crocefisso nello spazio (sempre quello), la croce di Misato è crocefissa al legno. Avanti così.

Dunque come si vede Anno era a questo punto ancora e più che mai in debito di una risposta.

Ma dopo quell'ultima fase di negazione, abbiamo avuto divertissement professionali, che poi significa ancora vita da otaku, no? Portare al cinema il libro dell'autore che ti piace tanto, ad esempio. O trarre una seria animata da un manga per ragazze che ti ha sempre colpito. Poi un altro film live che è un po’ meta-auto-biografico. Oppure dopo ancora fare il live del vecchio manga che ti piaceva tanto. Più che continuare la ricerca, sembra che Anno dopo quella tremenda negazione abbia iniziato a guardare a sé stesso ma senza più la pretesa e l’intento di trovare una risposta, nell'accettazione amara, anche intellettuale della propria condizione, ma sempre senza speranza. Anche in maniera un po’ abulica, forse, tra fuga e interesse spaventato. Un po’ sempre Shinji, insomma.

Ma nel frattempo, un matrimonio.

E ora, dopo quel matrimonio, quando sono ormai passati esattamente dieci anni da quel finale cinematografico di Evangelion, da quella ricaduta nel baratro, Anno ritorna al cinema animato, e ci ritorna con Eva.

Per proporre finalmente una nuova risposta? Oppure per mero interesse economico e commerciale?

Lui ci dice che tutto è cambiato.

Prima ancora del debutto del film, scrive una breve dichiarazione di intenti, in cui dichiara di volersi volgere al futuro, lasciandosi alle spalle il passato. Insomma che Anno Hideaki si sia adeguato all'infame Tesi dell'Angelo Crudele, e che questo nuovo Eva cinematografico sia 'solo' un prodotto commerciale, fatto per fare bel cinema animato sì, ma senza coinvolgimento psicointellettuale? Un Eva che il regista stesso abbia girato dalla distanza piuttosto che nelle viscere, insomma?

Per realizzare questo nuovo Eva, Anno ha fondato persino una nuovo studio di animazione, si chiama Khara. Non più Gainax, dunque, ma Khara. Anche questo viene dichiarato insieme con quegli stessi intenti. Ma poi lo staff dal caso raccoglie praticamente tutto quello che fu, e allora ancora ci si chiede: questo passo avanti di Anno viene compiuto portandosi dietro un intero gruppo di otaku rinunciatari, oppure è solo formale e non contenutistico, ovvero è fasullo?

Io aspetto ancora la risposta di Anno. Cerco ancora un'anti-Tesi dell'Angelo Crudele.

Indi, visto che il film non posso ancora vederlo, sono per logica partito dal suo tema canoro. Del resto anche per l'originale Eva, il punto di partenza era proprio la canzone, no? Zankoku no Tenshi no These. Era proprio questo il punto di partenza, la vera domanda anche se mancava il punto interrogativo. E le immagini riassumevano sin da principio tutta la serie, finale (televisivo) incluso.

E che dire? Questa volta la canzone, che è una canzone non di apertura ma di chiusura, guarda caso e guarda cinema, ci offre una risposta più che una domanda.

La canzone sembra essere quella di un'innamorata più matura del suo ragazzo, che in un amore quasi materno ama il ragazzo anche nel suo essere infantile, nel suo essere inetto e inconcludente, nel suo essere ‘inconscio della sua bellezza’. Il ritornello ripete spesso proprio "Beautiful Boy...", la canzone si intitola Beautiful World, il tutto porta la firma di Utada Hikaru, ed è una canzone molto 'beautiful'. Anche molto ottimistica, o almeno positivista, direi. La parole dicono essenzialmente:

"E’ solo amor… Se avessi un solo desiderio da realizzare vorrei dormire accanto a te, qualsiasi posto andrebbe bene. Splendido mondo. Ti guardo senza incertezze, splendido ragazzo, ancora non conosci la tua bellezza? Sia addormentato che sveglio non fai che leggere manga per ragazzi e sognare. Non ti piaci? Non sapendo cosa desideri, desideri e basta, e tiepide lacrime ti rigano le guance. Cose da dire non ce ne sono, vorrei solo incontrarti ancora, forse non hai forza di volontà, ma va bene così. Provando a fare qualsiasi cosa, anche venendo sconfitti, ne viene sempre un po’ di esperienza. Se avessi un incontro da fare prima che il mio mondo svanisse vorrei dormire accanto a te, qualsiasi posto sarebbe perfetto. Splendido mondo, splendido ragazzo, è solo amor…"

Insomma, un amore sentimentale che è sporcato di amore materno da parte di lei?

Cioè, non importa se sei un inetto, vogliamoci bene e l’amore della mamma, l’accettazione incondizionata della mamma risolve tutto?

Ovvero, una donna più matura di uno Shinji che riesce ad amare anche quell’inetto, ignavo Shinji.

QUELLO CHE ASUKA NON RIUSCIVA A FARE?

Può essere dunque questa la risposta che Anno Hideaki ha trovato, chissà, nel matrimonio? Farsi amare, lui l'otaku eterno bambino, da una amante materna?

Beh, dai trailer che ho visto, il personaggio di Rei, da sempre il vessillo di maternità negletta, è molto più vicino a Shinji di quanto non fosse nella serie animata originale. Forse più simile alla sua versione resane da Sadamoto Yoshiyuki nel manga. Più significativo, se fosse possibile, sin da principio. Dunque anche questo sembra confermarmi la sensazione datami dal testo della canzone.

E torna dunque il dualismo:

Asuka, ancora assente in questo primo-di-quattro film, è l'amore femminile giovanile; Asuka è la ragazza, ancora preda di idealità pre-menarcali, ovvero androgine. Idealmente, Asuka sarebbe la purezza femminile da idolatrare e con cui l'otaku non riesce a rapportarsi realmente. Asuka vuole un uomo che sia uomo per lei, infatti si sente scioccamente attratta da Kaji Ryouji (che rappresenta l’esperienza di colui che è dovuto crescere in base alle sue esperienze, si veda il rapporto con Misato e soprattutto il celebre dialogo di fronte ai cocomeri –e a Zeruel– nell’episodio 19, intitolato non a caso: Battaglia da Uomo e Introiezione, e si diceva di quella psicanalitica). Asuka ha in sé solo amore femminile giovanile e quindi androgino e quindi pressoché mascolino (sclerotizzato dalla latenza affettiva infantile, ovvero solitudine psicologica), quindi non può amare come una madre, volendo ancora essere amata come una figlia. L’amore di una figlia piccola è come l’amore maschile, è CONDIZIONATO. La figlia innamorata idolatra il padre e non sconta niente al suo idolo, anzi crescendo lo giudica, lo pungola, lo sprona perché lo vuole al suo livello, anzi ancora più in alto, e mai vorrebbe doversene emancipare (e quando l’emancipazione emotiva inesorabilmente giunge, è dolorosa). Questa è la psiche ferita di Asuka, dissimulata dietro la sua macchiettistica aggressività. Forse quella di Asuka è una delle caratterizzazioni psicologiche più belle, vere e profonde non di tutta la serie, non di tutta l’animazione giapponese, ma della narrativa mondiale in senso lato. E dicevamo in summa che l'amore di Asuka è dunque CONDIZIONATO al valore e all’azione del maschio.

Rei, al contrario, vessillo di Yui, è la ragazza-madre. Solo che ancora non lo sa, perché il suo animo è stato come ‘riazzerato’ e così lei deve 'riscoprire' i suoi sentimenti. Nel ritrovare i suoi sentimenti, Rei finirà per amare Shinji di un amore femminile maturo, materno. A pensarci, questo genere di amore era proprio quello di Yui per Gendou, quando lo chiama "una persona tanto carina, solo che nessuno lo sa". Perché l’amore femminile maturo, di accettazione INCONDIZIANATA dell’amato, è esattamente l’amore materno. "La mamma ti ama comunque, anche se fai il cattivo, la mamma ti ama perché tu esisti e sei tu". E’ l’amore che da sicurezza. L’amore maschile/paterno è invece generalmente condizionato al rispetto da parte del figlio del sistema valori che il padre traccia per lui, educazionalmente. E se ci pensate, è significativo il fatto che non appena Rei si capacita infine del suo vero animo, faccia nell’ordine: A) piange, B) desiderare di ‘unirsi’ all’amato Shinji, C) suicidarsi per proteggerlo. Rivedendo, in ultimo, il volto del padre.

Se pensiamo a un simile tipo di amore, un amore così dolcemente consolatorio, viene davvero in mente il titolo stesso di questo film: You are (not) alone. Tutto è nelle parentesi. Saresti solo, ma non lo sei, perché dietro a quella solitudine c’è l’amore di una donna-madre a darti sicurezza esistenziale.

Dunque la violenta, ineluttabile discomunicazione tra i due giovani Shinji e Asuka sembra nella canzone e nel titolo e nei motivi di questo nuovo Eva volersi risolvere nell’affetto sentimentale di una donna adulta già in grado di poter amare il marito come un figlio? Ovvero la soluzione sarebbe l’amore muliebre?

Beh, io ancora non so quale sarà la risposta finale di Anno Hideaki, e se mai ci sarà. Ci sono ancora quattro film da vedere, quattro film per una sola risposta, se verrà. E nel secondo dovrebbe comparire un nuovo personaggio femminile, una nuova compagna di classe di Shinji. Pronostico che sarà forse una ragazza dolce ma energica, intelligente e vitale (sul genere di una Yui all'età di Shinji?). Pronostico che lei e Shinji si innamoreranno. Di nuovo "It's only love"...?

Quello che so è che un amore così, così passivo, a me non basta. E' solo abbandono e sconfitta. E’ tradimento e fuga. Quante volte ce l’hai detto, Hideaki, che non si deve fuggire (nigecha dame da!) di fronte alla repulsione del bambino (yaaa~na kanji!). Nossignore, questa ‘crescita fasulla’ nell’abbandono del tempo io non l’accetto. Anche se Yui diceva che ‘tutto scorre con la corrente’, a me non va bene. Allora piuttosto farei come Gendou, ma senza pentimento, e morirei gridando: "mia materna amata, vieni qui e sbrana le mie carni". La sua sconfitta sarebbe la mia vittoria sul mondo e sulla vita.

Del resto anch'io non sono (mai stato) portato per piacere al mio prossimo, ma sono (da sempre) abituato a essere detestato.

Chissà, forse alla fine è proprio il buon Fuyutsuki il vecchio otaku della serie. Intellettuale, filosofo, e anche rimasto per sempre celibe, per sempre attaccato al suo amore irrealizzato per Yui, così più giovane di lui, che lui adorava e amava come un idolo prezioso, una creatura fragile di cui prendersi cura. E almeno lui, nella morte, sembrava essere davvero in pace. Chissà.

Ebbene chi vivrà, vedrà. Direi nel vero senso delle parole, in questo caso. In mezzo a quelle due, forse qualcuno magari capirà. Forse.

 

Speculato da Juste aka Shito il 20/09/2007 18:53 | permalink | commenti (17)
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giovedì, 09 agosto 2007

E domani...
(...è lo stesso giorno)

Mi trovate stamane di nuovo in verione Urashima Taro, Beautiful Dreamer, o quel che volete voi (se avete capito).

Devo essere una persona strana, un italiano stranissimo, poi.
Mi dicono così. In colonnina ho scritto "razza: aliena".

Alcuni dei motivi per cui mi ritengono una persona strana, ad esempio, è che non ho alcun interesse nel provare certe cose. Neppure per sbaglio.

So che l'essere umano è tendenzialmente stupido, proclive all'inedia e all'indolenza e a un sacco di altre brutte cose. Tutto sommato non credo di poter fare eccezione in questo.

Di buon grado vorrei essere chiamato codardo e fellone nel dire che no, non ho intenzione di provare, ma neppure per sbaglio, alcun tipo di fumo, alcun tipo di alcool, alcun tipo di gioco d'azzardo. L'orgoglio sta a zero (ma non ci crede mai nessuno, chiaramente per orgoglio proprio).

Credo che il cerebro umano sia fatto in modo da cadere facilmente vittima di meccanismi che non è neppure il caso di rischiare di innescare anche se ci si sente, sotto sotto, i più fighi del mondo -e potrebbe essere il mio caso-.

Poi, boh.

No esistenzialismo del sabato sera, thanks. Svevo FTW, piuttosto. Devo andare a Trieste, un giorno, per due persone. Svevo è la seconda. La prima un amico già stagionato ma mai incontrato.

No edonismo take-away, tipo "l'edonismo è fareleccoseffighe", perché il cervello pare sia ancora inserito e funzionante. So io cosa mi piace, nessun altro può o deve dirmelo.

Non voglio fare il fichetto, davvero.

E' che sono ancora in fase cenobiteudemonica, e quindi mi andava di scrivere queste cose.

Il NeoGeo è bello.
Il G4 Cube è bello.
Si stava meglio quando si stava peggio.
L'eccesso, anche del buono, in prospettiva è sempre dolore.

La penso così,
stasera.

In effetti ho la febbre, dico sul serio, ma non so quanto alta. Non la misuro mai. Misurarsi la febbre, 'accertarne' (pfui alle certezze scientifiche, empiriste e quant'altro) la presenza vuol dire abbandonarsi all'idea dell'essere malati, ovvero alla malattia, che così dilaga. Quando presumo di essere ammalato, mi induco a pensare il contrario. E' il miglior modo per non avvertire i sintomi di una malattia. E se una malattia non ha sintomatologia, io dico che non c'è. Non esiste. Non esiste per me. Sono già guarito.

Comunque mi sono alzato alle tre di notte che non riuscivo a dormire per la febbre, mal di testa, dolori muscolari, quelle cose lì. Ho ritenuto con violenta logica amorosa che invece che infelicitare il sonno della mia sorellina accanto a me (mal comune mai fu mezzo gaudio per il sottoscritto), sarebbe stato più intelligente lavorare.

Non avendo ancora realizzato di avere la febbre, mi sono messo 'tanquillamente' al lavoro. Il titolo dell'episodio da adattare era: "amare (febbre)".

Se Jung deve avere sempre così sincronicamente ragione, allora avrei dovuto anche temere l'episodio successivo, intitolato "febbre alta (passione amorosa)".

L'ho inizato verso le sei di mattina, scuri alle finestre chiusi e chiarore dal di fuori, e la febbre era effettivamente salita.

Questo è spiacevole, perché domani (oggi) sera c'è l'Edipo Re, e lo andrò a vedere comunque. Ci porterò la mia sorellina comunque, soprattutto. Non è che una piantina flebile possa crescere sana e dritta senza un tutore e senza concime.

Tutto sommato ci sono anche cose importanti.

E' bello poter vedere una cosa come l'Edipo Re, una cosa come Gunslinger Girl e la propria stessa vita, e stabilire delle inteconnessioni sinaptico-neurali anche triangolari. Un giorno vi scriverò di olismo, e di un'altra delle peggiori fregature di questa nostra moderna incivilmente civilizzata società.

Mi stanno turbinando in mente le Metamorfosi di Ovidio. Il Pigmalione soprattutto, chiaramente. Anche una freccia di Kim-Ki-Duk mi trafigge la mente, anche se non l'ho vista ancora. Sono sempre il solito faker (troppo veloce per coglierne il sapore, vero David?).

Nomenclologia. I 'responsabili' dei 'corpi artificiali' in Gunslinger Girl devono come prima cosa dare un nome alla loro 'serva'. Tutto è nel nome, alla fine. Se viene scelto con buon senno, si intende.

Ho sempre odiato il random. Poiché non c'è significato nelle cose, io vi metterò del significato. Io vi inietterò del valore. Un fine, persino, tramite dei riti. Così dev'essere.

Nevvero, capitano Pagot?

C'era anche lui oggi, prima ancora del '94 che poi lo riprese. Ma alla fine è un film cattivo, perché ti illude parecchio fingendo di essere disilluso. Così è facile, alla fine. Il film-nel-film sembra più onesto. Buoni spunti c'erano in entrambi.

Le sincronie sono davvero troppe oggi. Affezione. Febbre. Passione amorosa. Febbre alta. Omicidio. Suicidio. Minaccia inconscia. Simbiosi.

Cose così, stasera, stanotte, stamattina.

Magari la prossima volta scriverò davvero di Gunslinger Girl. E' interessante, ho voglia di farlo. E' uno scritto che sto ormai incubando da tempo, come un morbo. Tutto sta a vedere se troverò di nuovo il coraggio di diffonderlo.

ADDENDUM:

Alle 8:30am, continuando a lavorare sull'episodio 'febbre alta (passione amorosa)', la febbre (mia) era effettivamente salita. Oltre la soglia dell'ignoramento (significa: rischio di svenimento, sbandamenti in deambulazione). Ho preso le mie 40 gocce di Novalgina, che nella gassosa senza zucchero (in realtà un po' ce n'è, ma poco poco, quasi solo aspartame) sembrava una raffinata tonic water. Ci mancava il caffé accanto, ma vedrò di rimediare più tardi. Quando si ha una spiccata ipertermia lavarsi il viso con l'acqua gelata è una massimizzazione di escursione termica davvero piacevole. Anche questo l'ho molto apprezzato.

Ah, dimenticavo: nel pomeriggio mi era capitato di parlare, ai giardinetti pubblici del mio paese, con un'anziana signora del tutto sconosciuta. Lei fissava me, quindi io la fissavo, quindi lei mi ha salutato. "Bongiorne!". Non riuscivo a capire tutte le parole che usava, in un qualche dialetto locale, ma le rispondevo a tono, senza scherno, senza presa in giro, normalmente. Mi è sembrato, per un attimo, di essere tornato in Giappone. Per due motivi. Il secondo era l'hang-up linguistico comunicativo da comprensione parziaria. Il primo è che mi era parso più o meno l'unico discorso genuinamente sensato che mi sia capitato occasionalmente di fare, in Italia, da quando sono tornato dal Giappone. Non mi sono sorpreso. Ma non so se sia l'inizio della guarigione per autofabbricata immunità, o della fase terminale della malattia. Ai posteri, qui ho vergato.

Speculato da Juste aka Shito il 09/08/2007 07:08 | permalink | commenti (19)
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sabato, 21 luglio 2007

Cogita et labora
(cenobitismo eudemonico)

E' successo un'altra volta. Si sono fatte le sette di mattina, e io sono ancora dinanzi allo schermo del mio computer, a lavorare da ieri pomeriggio. Stavolta stavo combattendo con un episodio particolarmente ostico di una serie non priva di buoni spunti.

Ed è successo un'altra volta. Siccome non riesco, ovvero non riesco a volere, ovvero non riesco ad accettare l'idea di 'accontentarmi' di un lavoro svolto sotto un certo livello qualitativo da me prefissato, capita che possa spendere un'intera notte a cercare, parola per parola, il significato preciso di ogni frase.

(E' molto buffo che quest'estate la mia sorellina stia cercando di studiare il latino).

Sovente mi sono sentito dire, da varie persone che mi volevano anche bene, che nel lavoro è opportuno porsi un limite di perfezionismo. Il limite (che tende a zero) del mio perfezionismo è la mia idea di perfezione. Mi è stato detto che non sono furbo. Che sono pagato a cottimo, e non per il tempo che lavoro, ma per il lavoro che consegno, e che col tempo che io impiego per scrivere mezz'ora di copione potrei scrivere due o tre volte tanto, e nessuno si accorgerebbe della differenza, ma guadagnerei il triplo. Perché si lavora principalmente perché si deve mangiare, mi hanno detto.

Sono tutte cose vere.

Però, però... ci ho pensato e ripensato, e alla fine mi sono detto che sì, si lavora per mangiare, però d'altro canto la mia personale coscienza etica, di cui fa parte anche la mia personalissima deontologia, è una compagna con cui non posso evitare di dormire ogni notte. E non vorrei che lei mi turbasse nel sonno perché io ho turbato lei nella veglia. D'altro canto, avere la pancia piena è importante, ma non perdere il sonno seppur a pancia piena forse lo è ancora di più.

Ovviamente è buffo che io parli del mio 'modo per non perdere il sonno' quando proprio quest'ultimo mi ha poc'anzi portato a lavorare per tutta una notte, ma tant'è. Talvolta le contraddizioni sono inevitabili.

Dunque, stamattina concludo il copione (ancora da rivedere, però, come tutti finché non li ho scritti tutti) e alla sinistra ha albeggiato da un pezzo. Dalla finistra spalancata spira del vento fresco, che dopo una notte d'afa è più o meno una benedizione, e allora mi chiedo: che faccio?

La stanchezza c'è, la sento soprattutto sul collo, tra altante e epistrofeo (dannata posizione da computer!), e un po' anche conficcata nella fronte. Voglia di dormire invece scarseggia. Se vai a dormire alle sette di mattina dormi troppo e male, ti alzi più stanco di prima, il ciclo circadiano è fottuto. Tanto vale tirare dritto fino alla prossima notte, a coricarsi bello spossato, dormire saporitamente e via.

Esco sul terrazzo.

C'è una luce assurda, stamattina alle sette. Il sole si riflette sul mare che riflette la luce tutt'intorno, sporcata di blu. E i colori del mattino ne sono irrimediabilmente influenzati. Chi si intende di fotografia sa che i colori dipendono essenzialmente dalla luce dell'ambiente, quantità e colore. La luce che batte sugli oggetti che si vedono, la luce che entra negli occhi che vedono.

Dal mio terrazzo a ovest si vede essenzialmente un cantiere. Altri palazzi in costruzione. Ma è una meraviglia, in questa luce insensata. Il grigio del cemento è azzurro fosforescente. Il giallo brilla di suo. Se avete mai giocato col fotoritocco, beh, stamattina alle sette dalla mia terrazza a ovest sembra che qualcuno abbia alzato il livello di saturazione cromatica. Ogni campitura di colore si staglia con un vigore quasi irreale. L'ordito metallico giallo della struttura della gru stacca dall'azzurro del cielo in un modo inusitato.

Con i miei occhi che senza lenti dinanzi non vedono granché bene, perdo i dettagli e tutto si sfuma, ma i colori non sono inficiati. Brillano.

Resto una decina di minuti alla brezza mattutina a guardare solo i colori. In dieci minuti la luce cambia e i colori cominciano a virare. Sarebbe bello poter incamerare tutto questo, penso, in un qualche supporto. Per un attimo carezzo l'idea di andare a raccattare la mia digicam. Poi rifletto che è ancora più bello sapere che nessun apparecchio potrebbe mai cogliere un'immagine fedele dello spettacolo cromatico reale che sto contemplando. Solo la memoria sensibile. Soltanto questo.

Quasi le sette e trenta.

Ritorno nella cella cenobitica che chiamo 'il mio studio', e che faccio? Mi rimetto al lavoro. Dopo il sesto copione viene per logica il settimo, e adesso pare la cosa più sensata da fare. Mettiamoci avanti col lavoro. Poi magari si potrebbe fare una bella doccia tiepidina, per lavare via la stanchezza.

Non è che tutto questo serva a guadagnare di più. Non è che vorrei guadagnare di più. Credo che la vera ricchezza stia nella fortuna di potersi permettere di guadagnare poco. Di potere, sapere, volere vivere con poco.

Sono in una fase eudemonico-monastica, che poi mi sembra una perfetta quadratura, anzi perfezionamento, della mia naturale tendenza all'isolatria.

Ma anche come isolatra, non si deve desiderare il troppo. Non si deve avere il troppo. Altrimenti si innescano pericolosi meccanismi. Anche il feticismo deve essere moderato, ché troppi idoli non entrano in nessun tempio.

Ho notato che man mano che passa il tempo riesco a empatizzare maggiormente con ogni storia, narrazione, personaggio, emozione di carta a cui mi accosto. Questo mi pare positivo.

Questo mi può permettere di avvicinarmi maggiormente alle opere su cui opero.

Non serve a guardagnare di più, anzi.

Serve a sentirsi meglio, a dormire bene, a pensare sempre molto, a sedimentare vecchi pensieri e farne di nuovi, a crescere e a non crescere così.

Devo ancora trovare l'alchimia, ma non so, di questi tempi non mi sembra di esserci così lontano.

(Guardo la foto inquadrata a sinistra del computer)

(Guardo la ragazzina nella foto inquadrata a sinistra del computer)

(Guardo il sorriso della ragazzina nella foto inquadrata a sinistra del computer)

Magari non tanto lontano.

(Penso a quella ragazzina che ora dovrebbe stare dormendo).

Magari non troppo lontano.

* * *

In truth there is no better place to be
Than falling out of darkness still to see

Without a premonition
Could you tell me where we stand?
I'd hate to lose this light
Before we land

And when I feel like I can feel once again
Let me stay awhile
Soak it in awhile
If we can hold on we can fix what is wrong
Buy a little time
For this head of mine
Heaven for us

( from The Light Before we Land, by The Delgados )